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Gli ALCOLICI favoriscono la DEMENZA: fattene una ragione

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    Segue trascrizione del video

    Gli alcolici sono causa di demenza?

    Diabete, inquinamento atmosferico e frequenza di consumo di alcolici.

    Questi sono i 3 principali fattori di rischio modificabili associati allo sviluppo di schizofrenia e malattia di Alzheimer… almeno secondo uno studio da poco pubblicato su una delle riviste del circuito Nature, anche se in realtà va detto che questa è una descrizione un po’ semplificata della ricerca condotta da un team guidato dalla professoressa di Oxford Gwenaëlle Douaud.

    In realtà dovremmo dire infatti che lo studio è stato condotto con l’obiettivo di esplorare come alcune regioni cerebrali, particolarmente sensibili ai processi di invecchiamento, schizofrenia e malattia di Alzheimer, siano influenzati da fattori genetici e, almeno per noi più interessanti, fattori di rischio modificabili, generalmente associati allo stile di vita, come ad esempio pressione del sangue, colesterolo, fumo, qualità del sonno, dieta, etc.

    Le “parti più fragili del cervello”

    Per usare le parole degli autori, si è voluto valutare come e quanto questi fattori siano in grado di colpire le “parti più fragili del cervello”.

    Per condurre l’analisi sono stati usati i dati di circa 40.000 inglesi e quello che ne è emerso è che diabete, inquinamento atmosferico e frequenza di consumo di alcolici sono i 3 fattori modificabili più strettamente associati allo sviluppo di problemi. Questi 3 mostrano ciascuno un effetto circa doppio rispetto ai successivi fattori di rischio: disturbi legati al sonno, peso, fumo e pressione sanguigna.

    Purtroppo per come è stato condotto lo studio non è stato possibile confrontare l’impatto tra fattori genetici e alcolici, ma su questo ci torniamo dopo.

    Alcune premesse

    Invece è utile sottolineare almeno 3 premesse: perché il diabete sarebbe modificabile? Perché se parliamo di diabete di tipo 2 non si può negare come sia legato nella maggior parte dei casi allo stile di vita.

    Secondo appunto importante, ti ho detto che sono fattori associati allo sviluppo di problemi, non ho detto che li causino; studi di questo tipo possono infatti solo far emergere associazioni, ovvero non ci dicono che i primi causano i secondi, ma solo che i pazienti che ne sono affetti sono (passami la semplificazione) statisticamente un po’ troppo spesso caratterizzati dall’avere diabete, dal vivere in zone inquinate o dal consumare alcolici con maggior frequenza.

    Terza e ultima cautela, la nostra comprensione della demenza di Alzheimer è limitata: ignoriamo le cause scatenanti, i meccanismi biochimici sottostanti e non disponiamo di cure efficaci. È paradossale e tristemente ironico come questa malattia, che erode la nostra capacità cognitiva, rimanga avvolta nel mistero, quasi come se un sortilegio ci ostacolasse dal comprendere e sconfiggere proprio quel declino mentale che cerca di nascondere.

    Ma allora ha senso?

    Se è tutto così opaco, perché lo studio merita comunque la nostra attenzione? Forse il nostro destino è già scritto nella genetica e allora tanto vale godersi la vita, no?

    No, purtroppo o per fortuna non è così, per la maggior parte di noi non c’è praticamente nulla di già scritto.

    Purtroppo non è una novità

    È del 2020 un report pubblicato su The Lancet in cui gli autori concludono che l’insieme di 12 fattori di rischio modificabili (modificabili!) è responsabile del 40% dei casi di demenza nel mondo… quasi uno su due!

    Gli stessi autori sono lapidari quando scrivono che

    Le iniziative di sanità pubblica volte a ridurre al minimo i traumi alla testa e a diminuire il consumo di alcol potrebbero potenzialmente ridurre la demenza ad esordio giovanile e in età avanzata.

    Quando si parla di alcolici come rischio di salute si assiste a una levata di scudi, ma purtroppo ad oggi è indiscutibile il ruolo di questa sostanza nella genesi di decine di malattie. È oggettivamente indiscutibile, ma prima di continuare vorrei che fosse chiara una premessa importante: ad essere sul banco degli imputati non sei tu che bevi più o meno responsabilmente, è la sostanza.

    I ricercatori non stanno in alcun modo giudicando né te né tanto meno il comportamento, ma la sostanza.

    Nessuno nega il ruolo di lubrificante sociale che il vino esercita da secoli, nessuno nega l’importanza dell’industria vinicola in Italia, nessuno nega che il consumo possa essere semplicemente e banalmente piacevole, ma con le prove attualmente disponibili rifiutarsi di accettare che l’alcool sia dannoso a qualsiasi dose è semplicemente negare la realtà dei fatti.

    Credo e spero che ad oggi nessuno più sottovaluti i pericoli associati al fumo, ma l’alcool non è in alcun modo diverso e purtroppo non offre alcun vantaggio di salute… nessuno. Lascia che ti faccia un esempio.

    L’alcool protegge o causa demenza?

    Una revisione sistematica del 2019 conclude che

    Sebbene non sia stato possibile stabilire un rapporto di causa-effetto, il consumo da leggero a moderato di alcol nella mezza e tarda età adulta è stato associato a un ridotto rischio di deterioramento cognitivo e demenza.
    Il consumo eccessivo di alcol è stato [INVECE] associato a cambiamenti di strutture cerebrali, a disturbi cognitivi e ad un aumento del rischio di tutti i tipi di demenza.

    Quindi? Questa è la prova che bere il giusto faccia bene?

    Purtroppo non è così, perché anche in questo caso non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto e soprattutto, valutando questo lavoro nell’insieme della letteratura disponibile, non è azzardato ipotizzare che in realtà un consumo moderato sia semplicemente meno rischioso di un consumo elevato (secondo il più classico rapporto dose-risposta), oltre a essere quello tipico di fasce di popolazione che presentano anche fattori protettivi: soggetti benestanti, magari con uno stile di vita attivo in cui il consumo di alcolici sia occasionale e funzionale a una ricca vita socio-culturale…

    Un paradosso

    Insomma, un po’ come il bicchiere di vino rosso nella dieta mediterranea, che non fa bene, ma che grazie alle quantità in gioco non fa abbastanza male da compensare in peggio l’insieme delle altre abitudini sane… e se ti è venuto in mente il paradosso francese sì, il quadro è esattamente lo stesso, oltre a essere la spiegazione più ragionevole delle conclusioni degli studi osservazionali precedenti che attribuivano all’alcool un effetto protettivo a basse dosi.

    Insomma, la dieta mediterranea nel senso più ampio possibile del termine, comprendendo cioè anche gli aspetti sociali, spirituali e legati all’attività fisica, probabilmente fa bene nonostante moderate quantità di alcool, non grazie a queste.

    E allora?..

    Comunque lo ammetto, sulla demenza non è ancora chiarissimo l’effetto di un consumo moderato, anche se in realtà tutto porta a pensare che la traiettoria del consenso scientifico seguirà quanto appena descritto per il cuore, ovvero che studi condotti con tecniche più rigorose, capaci di controllare i fattori confondenti, potranno confermare una verità più drastica e preoccupante.

    Ma restiamo sulle conoscenze attuali e ammettiamo per amor di ragionamento che effettivamente, sebbene non ci siano più particolari dubbi sui danni di un consumo eccessivo, un consumo moderato possa invece essere protettivo: questo è sufficiente per dire che consumare alcolici in quantità moderate sia innocuo o addirittura utile?

    La risposta è un secco no, e questo lo sappiamo per certo.

    Non esiste una dose sicura, né tanto meno utile

    • Esiste un robusto consenso scientifico sul fatto che gli alcolici possano essere causa di diversi tipi di tumore, tra cui testa e collo, esofago, ovviamente fegato, colon e seno.
    • Nonostante sia un mito duro a morire, bere non fa bene al cuore, nemmeno a basse dosi: anche in questo caso le prove sono ormai evidenti e schiaccianti e, tra le tante, posso citarti questo bellissimo lavoro di ricerca che ha aggirato i problemi etici legati a studi randomizzati con la randomizzazione mendeliana (un modo complicato per dire semplicemente che aggiriamo le difficoltà di ricerca descritte prima) e che conclude così “il consumo di qualsiasi quantità di alcol è associato ad un aumento del rischio cardiovascolare“.
    Ragazza depressa con un bicchiere di vino in mano

    Shutterstock/LightField Studios

    Potremmo continuare parlando di depressione, violenza, perdita di memoria e altro, ma penso che il concetto sia chiaro ed è per questo che ormai tutte le società scientifiche nazionali e internazionali sono concordi:

    Non esiste una dose sicura e totalmente innocua e, se non non bevi, non c’è ragione per iniziare.

    Piccola curiosità:

    Fino a qualche anno fa si pensava che l’aumento del rischio fosse lineare, ovvero che ogni quantità aggiuntiva di alcol aumentasse il rischio in modo uniforme, mentre ad oggi si è più portati a pensare che il rischio cresca esponenzialmente, ovvero accelerando, con il rischio che aumenta in modo via via più rapido e marcato con l’aumentare del consumo.

    Questa è peraltro una delle ragioni per cui un consumo occasionale o comunque molto leggero viene tollerato dalle linee guida, che tuttavia non cambia il concetto di fondo: se il consumo si limita al brindisi di capodanno l’aumento del rischio c’è, anche se insignificante dal punto di vista pratico, mentre bere un bicchiere di vino rosso al giorno è semplicemente meno rischioso che berne due, non innocuo e certamente non utile.

    La medicina

    La Medicina non può che essere spietatamente obiettiva, mentre le linee guida ne traducono in numeri le conclusioni, interpretandole e calandole sul quotidiano, tracciando cioè un limite ragionevole e valido a livello di popolazione, eventualmente soppesandone anche gli aspetti sociali, culturali e tradizionali. Questo è uno strumento che ci viene offerto, ma ovviamente alla fine la scelta sul se, come, quando e quanto bere non può che rientrare nel campo delle valutazioni personali, perché necessariamente legate al nostro stile di vita, alla presenza di altri fattori di rischio di salute e, non meno importante, al valore che gli attribuiamo, su cui ovviamente non mi permetto di disquisire.

    Ma se parliamo dell’alcool da un punto di vista di prevenzione la conclusione non può essere democratica, non esiste una dose sicura, ed è importante diventarne consapevoli come per le sigarette o ancora più banalmente come un eccesso di alimenti fritti (consapevolezza che per inciso ieri non mi ha impedito di esagerare con le patatine, ma questo è un altro discorso).

    Ne vale la pena?

    E allora tutte le volte che decidi di versarti un alcolico nel bicchiere che hai davanti il ragionamento dev’essere lo stesso, ne vale la pena? La mia non è né una domanda retorica né una provocazione, perché la risposta non può che essere soggettiva, ma con un’importante differenza rispetto ad altri alimenti: l’alcool può dare dipendenza e questo significa che la scelta potrebbe non essere più così libera come pensi. E dipendenza non è necessariamente sinonimo di alcolismo, può essere molto più subdola e strisciante.

    Come ha scritto il fisico Max Planck

    La scienza procede un funerale per volta

    suggerendo che i cambiamenti radicali nel pensiero scientifico spesso vengono accettati solo quando le vecchie generazioni di ricercatori, attaccati alle teorie precedenti che hanno contribuito a costruire, vengono sostituiti da nuove generazioni più aperte alle nuove idee.

    Fortunatamente non sembra più essere così, ma è un lavoro che dobbiamo fare anche dentro di noi, accettando che qualche preconcetto, forse legato anche a un antipatico bias di coerenza di cui tutti inevitabilmente soffriamo (io per primo anche se magari su altri argomenti e non sull’alcool), vada superato.

    E questo significa accettare che il consumo di alcolici ad oggi non ha più alcuna giustificazione razionale dal punto di vista della salute.

    Altre fonti

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